Found art

Un secolo di arte che parte dal recupero per realizzare vere e proprie opere d’arte

Se fosse una canzone la scriverebbe Fabrizio de André. Era lui, del resto, a cantare che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». Avete mai sentito parlare dell’arte del riciclo? Oggetti di uso comune e quotidiano che, una volta recuperati e inseriti in un contesto diverso, diventano arte. Sì, anche se provengono dai mercatini o dai negozi di rigattieri. Perché esiste una seconda corrente di arte del recupero che rintraccia il suo bacino di approvvigionamento nelle discariche. Si chiama junk art o trash art. Ecco cinque artisti viventi e non che, a nostro giudizio, incarnano il sogno contemporaneo del riciclo.

Marcel Duchamp

In principio fu con Bycicle Wheel, una ruota di bicicletta imperniata su uno sgabello tramite le forcelle del telaio. Correva il 1913. L’artista francese diede vita al ramo del dadaismo che è il ready made – detto fatto, istantaneo – e al ready made rettificato, dove l’intervento dell’artista è più evidente. La Fountain sempre di Duchamp del 1917 firmata con lo pseudonimo R. Mutt rappresenta un esempio importante di questa corrente.

L’opera Fountain di Duchamp

 

Michelangelo Pistoletto

È il padre dell’arte povera, colui che ha fatto del riciclo il credo della sua arte. Nell’opera La Venere degli Stracci (1967), Michelangelo Pistoletto utilizza un assemblaggio composto da un mucchio multicolore di stracci di fronte al quale, di spalle allo spettatore, viene posta la copia di una libera riproduzione della celebre Venere con mela dello scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen (1805, Museo del Louvre, Parigi). Immobile nella sua bellezza statuaria, la scultura si contrappone alla massa degli stracci, producendo un’immagine intensa nonostante i cenci trasandati che, all’epoca, in pieno clima di “guerriglia sociale”, sono accostati agli emarginati, ai rifiuti della società.

Arman

Eclettico e originale, Arman è considerato uno degli artisti più significativi del Nouveau Réalisme. Influenzato dalle opere di Pollock, crea ed espone i primi “cachets” a Parigi nel 1956, tamponi inchiostrati che, moltiplicati, formano impronte sulla tela, giocando con il colore degli inchiostri e la loro disposizione. Prende poi contatto con gli oggetti ed inizia a proiettarli su queste tele: sassi, gusci d’uovo, aghi. Poco a poco, l’arte di Arman si concentra sull’oggetto stesso e verso un’accumulazione del medesimo: diventa un’accumulazione di oggetti reali, di rifiuti della società. Ne è esempio la serie delle “poubelles” che appare nel 1959.

Brahim El Anatsui

Al confine fra arte e artigianato. Classe 1944, l’artista ghanese crea splendidi arazzi con materiali colorati di scarto industriale. Indimenticabile Fresh and Fading Memories durante la Biennale di Venezia del 2007: uno splendido drappo che doveva essere osservato da lontano per capirne il disegno, ma che osservato da vicino rivelava essere un assemblaggio di tanti piccoli tappi schiacciati e tenuti insieme dal filo di rame.

Vik Muniz

Con l’artista brasiliano l’oggetto recuperato e di matrice di scarto diventa uno strumento per disegnare nuovi universi e acquista valenza nell’apporto cromatico sull’opera. Predecessore di Muniz è Daniel Spoerri: avanzi di cibo nella sua nota serie ispirata alla eat art, ma anche carcasse di animale, strumenti da cappellaio o ortopedico fusi in bronzo sono gli step di un’evoluzione artistica onirica che critica la società attraverso i suoi simboli.

L’opera Perfect Strangers di Vik Muniz

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