La storia degli accordi internazionali sul clima

Il mondo ha iniziato a trattare il riscaldamento globale come una cosa seria solo a partire dai valori riscontrati nel 1990, con negoziati e accordi internazionali periodici che hanno avuto come obiettivo la definizione dei limiti alle emissioni di gas Serra da parte dei Paesi firmatari.
Ecco uno schema sintetico dei più significativi Summit internazionali sul clima (Cop, ovvero Conference of the parties) e dei conseguenti accordi prodotti in trent’anni.

Rio 1992 – COP 1

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) è il primo e principale trattato internazionale che ha puntato alla riduzione delle emissioni di gas Serra. Viene stipulato al Vertice sulla Terra di Rio de Janeiro nel 1992.
Questo accordo ha un carattere non vincolante dal punto di vista legale, nel senso che non impone limiti obbligatori alle emissioni di gas Serra alle singole nazioni firmatarie.

Protocollo di Kyoto

E’ il primo documento internazionale che ha imposto l’obbligo di riduzione delle emissioni ai Paesi più sviluppati: un -5% (sulla base delle emissioni rilevate nel 1990) nel primo periodo di adempimento compreso tra il 2008 e il 2012 , con l’Unione Europea (UE) che per l’occasione si è fissata come obiettivo una ulteriore riduzione dell’-8%.
Il secondo periodo di adempimento del protocollo di Kyoto è iniziato nel 2013 e si concluderà nel 2020, durante il quale i paesi firmatari si sono impegnati a ridurre le emissioni almeno del -18% rispetto ai livelli del 1990. Anche in questo caso l’UE si è impegnata a diminuire ulteriormente le emissioni, con una percentuale del -20% rispetto ai livelli del 1990.
Gli Stati Uniti non hanno mai aderito al protocollo di Kyoto. Il Canada si è ritirato prima della fine del primo periodo di adempimento. Russia, Giappone e Nuova Zelanda non prendono parte al secondo periodo. Questo significa che l’accordo di Kyoto si applica attualmente solo a circa il 14% delle emissioni mondiali.

Accordo storico di Parigi – COP 21

Con 40.000 partecipanti è stato il Summit più mediatico mai fatto da Copenhagen (2009) in poi, ed ha prodotto il primo testo universale per ridurre la temperatura di 2 gradi, cioè sotto i livelli della prima rivoluzione industriale (1861-1880) dal 2015 al 2100 (ovvero 2.900 miliardi di tonnellate di Co2, ovvero un taglio dell’ordine tra il 40 e il 70% delle emissioni entro il 2050). Gli obiettivi sono rivisti nell’ambito degli impegni nazionali (INDC) ogni 5 anni, in modo da renderli sempre più ambiziosi.
L’accordo di Parigi è entrato in vigore nel 2016, in seguito all’adempimento delle condizioni per la ratifica da parte di almeno 55 paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni globali di gas Serra.
Tutti i paesi dell’UE hanno ratificato l’accordo. L’accordo firmato a Parigi ha avuto il pregio di essere il primo di carattere vincolante e di portata globale per il contrasto ai cambiamenti climatici. I lavori sugli strumenti di attuazione dell’accordo di Parigi sono proseguiti alla COP 23 che si è tenuta a Bonn a novembre 2017.

Conferenza ONU sul clima di Bonn 2017 – COP 23

La COP 23 è stata più ricerca del dialogo che azione. Ma in questo contesto l’Italia ha fatto da apripista giocando un ruolo importante con la scelta dell’uscita dal carbone entro il 2025 e aderendo all’Alleanza globale per lo stop al carbone, nata proprio durante la COP 23. Occorre vedere se si tratta di annunci a cui seguiranno fatti concreti, come promuovere obiettivi più ambiziosi per la produzione di energia da rinnovabili.
Gli Stati Uniti sono stati intervenuti al COP 23 ma in disaccordo con il presidente Trump (che si è svincolato dagli Accordi di Parigi). Hanno aderito inoltre Cina e India con i loro rispettivi 1.3 miliardi e 1.5 miliardi di abitanti.
Se i vari paesi non alzeranno i target in discussione per ottenere entro il 2030 un clima migliore, tutto sarà stato inutile.

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