Le nuove frontiere della moda ecosostenibile

I suoi abiti sono così chic che ogni donna li vorrebbe per il proprio guardaroba. Belli e lussuosi, ma anche etici e sostenibili. Perché lei, la stilista Stella McCartney, è la prima a credere che ambientalismo ed ecologia possano camminare a braccetto sulle passerelle più famose: da tempo le sue collezioni rifuggono da un concetto di moda “usa e getta”, convertendosi a un modello di economia circolare dove etica ed estetica fanno rima. Pochi mesi fa, per sensibilizzare i suoi consumatori al rispetto dell’ambiente, la designer inglese ha scelto una discarica in Scozia come location per la campagna fotografica della sua ultima collezione invernale. Non è l’unico caso.

Moda e sostenibilità

Si parla della seconda industria più inquinante al mondo. Nascita, vita e morte di un capo d’abbigliamento: tutto il ciclo è deleterio per l’ecosistema, perché sporca le acque dei nostri fiumi e mari, avvelena l’aria con l’incenerimento. Ci sono poi dei tessuti sintetici come il poliestere che, sia nella fase di produzione che di lavaggio domestico, possono rilasciare dei frammenti di microfibre plastiche che si accumulano in fiumi e oceani. In meno di venti anni il volume di indumenti distrutti si è moltiplicato, raddoppiando da 7 a 14 milioni di tonnellate. Pensiamoci due volte prima di sbarazzarsi di quei vestiti che non ci piacciono più!

Capi intelligenti

Ormai sempre più l’industria della moda d’alta gamma si misura con una generazione di consumatori consapevoli e responsabili per i quali la sostenibilità del capo che indossano rappresenta un valore aggiunto. Consumatori che chiedono ed esigono la carta d’identità di tutti i componenti della filiera moda, dal disegno al capo finito.

Campagna Detox di Greenpeace

Al bando 11 sostanze tossiche

Quali sono le pratiche per ridurre l’impatto ambientale nella produzione tessile-abbigliamento? Su questo detta legge Greenpeace con il suo protocollo Detox che prevede elevati standard nella gestione delle sostanze chimiche lungo le filiere tessili. La campagna dell’associazione ambientalista è iniziata con l’iniziativa “Panni Sporchi”: era il 2011 quando nelle acque reflue di alcuni stabilimenti cinesi si scoprì la presenza di alcune sostanze tossiche particolarmente nocive per l’ambiente e gli esseri umani. Il cronoprogramma di Detox prevede l’eliminazione di 11 sostanze tossiche entro il 2020, tutte non biodegradabili: alchilfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma bromurati e clorurati, coloranti azoici, composti organici stannici, composti perfluoroclorurati, clorobenzeni, solventi clorurati, clorofenoli, paraffine clorurate a catena corta e metalli pesanti. Anche Zero Discharge of Hazardous Chemicals (ZDHC), al pari di Detox, punta all’eliminazione di queste sostanze nel giro dei prossimi due anni attraverso un registro online dove vengono raccolti i risultati dei test delle acque reflue provenienti da diversi stabilimenti.

Un’altra immagine della campagna Detox di Greenpeace

La politica dei brand

Ottanta marchi internazionali, di cui ben 50 realtà italiane, hanno abbracciato questa nuova filosofia sostenibile. Accanto a giganti del calibro di Benetton, H&M, Zara, Nike, Puma, Levi’s, Adidas, Valentino, nel nome di Detox figura anche il distretto tessile di Prato: tutti hanno giurato di ripulire dai processi produttivi dell’industria tessile queste sostanze nocive, seguendo specifici protocolli aziendali volti alla sostenibilità, dalla riduzione delle emissioni di CO2 all’uso di un’energia pulita fino a tracciare la buona condotta dei fornitori. Anche il gruppo Kering, big del lusso di cui fanno parte firme come GucciBottega Veneta e Stella McCartney, porta avanti un programma di Corporate Responsability basato su alcune priorità: il reperimento di materie prime (quattro anni fa fu presentato il primo cappotto Gucci con un tessuto di cashmere composto per il 70% da cashmere reingegnerizzato proveniente da scarti), il rifiuto di sostanze dannose, la riduzione del consumo di acqua, il controllo della rete di fornitori.

 

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