Blockchain, prosumer e community: come sta cambiando il mercato energetico

In principio era il consumatore, il “consumer”. Poi venne il cittadino consumatore-produttore, il prosumer che contemporaneamente produce e vende energia da fonti rinnovabili. Mentre a Bruxelles è in discussione una direttiva sulle rinnovabili per promuoverne l’autoconsumo, ecco che anche in Italia le comunità energetiche iniziano ad affermarsi.
Immaginate di essere in ufficio, in casa o in azienda: parte dell’energia con cui ci approvvigioniamo è rinnovabile. È autoprodotta dal nostro vicino di casa, dall’azienda in cui lavoriamo: si tratta di l’elettricità prodotta e condivisa in comunità. Questo succede quando gruppi di soggetti diversi (aziende, enti pubblici, soggetti privati o singoli cittadini) decidono di produrre energia da fonti rinnovabili e di impiegarla per coprirne le proprie necessità, anziché reimmettere semplicemente la differenza fra energia prodotta e quella consumata nella rete nazionale (con il vantaggio di ricevere un contributo in favore dell’energia immessa) secondo il principio dello scambio sul posto, gestito dal Gse.

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Le prime comunità energetiche in Italia

Scenari da terza rivoluzione industriale? In realtà, agli inizi del Novecento risalgono i primi esempi di comunità energetiche. Una delle prime cooperative nasce nel 1921 in Alto Adige nel piccolo comune di Funes quando tre agricoltori e un artigiano diedero vita alla “Società elettrica di Santa Maddalena” per produrre energia idroelettrica. È ancora attiva la cooperativa E-Werk Prad, nata nel 1926 e proprietaria della rete di Prato allo Stelvio (Bolzano) che gestisce 17 impianti di fonti pulite in grado di coprire tutto il fabbisogno energetico del territorio comunale. Comunità energetiche che nascono negli anni ’20 e diventano un modello 100 anni dopo.

Legislazione attuale e autoconsumo in Italia

In Italia si contano 1 milione e 200mila condomini in cui abitano oltre 20 milioni di persone. Se venisse installato un tetto fotovoltaico su ciascuno di questi edifici, si darebbe veramente impulso alle energie rinnovabili. In questo contesto, l’autoconsumo di energia consentirebbe di risparmiare sugli oneri in bolletta che comprendono anche quelli legati alle energie rinnovabili (diversamente da quando accade in Germania e in altri paesi del Nord Europa). Ma qui è ancora vietato l’autoconsumo collettivo e il blocco dei sistemi di distribuzione energetica impedisce di condividere l’energia generata da un impianto di rinnovabile da più utenze di una stessa area.
Se è vero che nel Belpaese vige dagli anni ’60 il divieto di costituire reti private, stanno prendendo forma alcune iniziative interessanti che si inseriscono nelle pieghe della legislazione attuale, ovvero l’articolo 71 della legge numero 221 del 2015 (Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali). L’intento è quello di formare una community dell’energia rinnovabile dove è possibile vendere alla rete i surplus energetici, liberalizzando così di fatto il mercato dell’energia verde. In questo senso, la Regione Piemonte ha fatto da apripista in Italia per promuovere l’autoscambio di energia approvando una legge (numero 12 del 3 agosto 2018) che dà impulso al diffondersi delle comunità energetiche “al fine di superare l’utilizzo del petrolio e dei suoi derivati, e di agevolare la produzione e lo scambio di energie generate principalmente da fonti rinnovabili, nonché forme di efficientamento e di riduzione dei consumi energetici”. Il provvedimento, che il governo italiano ha deciso di non impugnare, prevede un primo stanziamento di 50mila euro sul biennio 2018-2019 che permetterà a comunità di persone, enti e imprese di scambiare tra loro l’energia prodotta con fonti rinnovabili.
Oltre al caso piemontese, esistono altre iniziative simili del nostro paese: ad esempio WeForGreen e la cooperativa Energia Positiva. A prescindere dal modello di gestione degli impianti, dal numero degli associati e dalle caratteristiche del territorio interessato, lo scopo di queste comunità è l’autonomia energetica grazie alla produzione e al consumo di energie rinnovabili.
Risparmio in bolletta, riduzione delle emissioni di CO2, protezione delle forniture da eventuali blackout nazionali, sono sicuramente i più grandi vantaggi riservati ai i soci delle comunità energetiche, una strada che il governo vuole percorrere e che offrirà molte possibilità in termini di gestione dell’energia.

Tecnologia ed energia a braccetto: le opportunità della blockchain

Uno scambio di energia peer-to-peer (architettura informatica in cui tutti i computer connessi svolgono la funzione sia di clienti che di server) tra il prosumer e consumatore, pensato per efficientare il sistema energetico. Tutto questo grazie alla tecnologia informatica della blockchain (in italiano, catena di blocchi) che sta alla base del bitcoin, la prima criptovaluta sul mercato dal 2009. Numerose le opportunità per il mercato dell’energia, in un’ottica di autoconsumo: la blockchain, infatti, consentirebbe l’acquisto dell’energia elettrica prodotta in eccesso a un prezzo inferiore a quello di mercato, valorizzando la figura del prosumer. Secondo quanto emerso dalla ricerca “Le opportunità della blockchain per lo scambio di energia P2P” realizzata dall’Osservatorio del Politecnico di Milano e presentata agli inizi di ottobre, quando questa tecnologia entrerà nelle possibilità di utilizzo delle utility, si potranno registrare gli scambi semplificando la fatturazione fra gli utenti fisici e spianando così la strada al lavoro del prosumer.

 

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