Bioplastica: è davvero il materiale del futuro?

Prospettive, pro e contro dell’alternativa alle plastiche convenzionali

Secondo quanto riportato sul sito della European Bioplastics, con il termine bioplastiche (bioplastics) si fa riferimento a un tipo di plastica che deriva, perlomeno in parte, da biomasse (biobased, ovvero a base biologica) oppure è biodegradabile o, ancora, che possiede entrambe le caratteristiche.

Biobased non è sinonimo di biodegradabile

Un’importante precisazione da fare, poiché c’è una certa confusione al riguardo, è che biobased (a base bio) non è sinonimo di biodegradabile; con quest’ultimo termine si indica un materiale che, in seguito all’azione di alcuni microrganismi (per esempio, batteri, funghi ecc.), viene degradato. Alcuni materiali biobased sono biodegradabili (è per esempio il caso dell’acido polilattico, PLA), altri invece no (per esempio, il BIO-PET); l’immagine sottostante (fonte: https://www.european-bioplastics.org) rende piuttosto chiaro questo concetto:

 

Prendendo spunto dal grafico sopra riportato si possono distinguere quindi tre categorie di bioplastiche:

  • bioplastiche non biodegradabili a base interamente o parzialmente bio (PE, PET, PA, PTT biobased, rispettivamente polietilene, polietilene tereftalato, poliacrilato, politrimetilene tereftalato a base bio)
  • bioplastiche biodegradabili e a base bio (PLA, PHA, PBS e Starch blends, rispettivamente acido polilattico, poliidrossialcanoati, polibutilene succinato e miscele di amido a base bio)
  • bioplastiche basate su risorse fossili e biodegradabili (PBAT, polibutirrato-adipato-tereftalato).

Non rientrano quindi nelle bioplastiche i materiali plastici non biodegradabili basati su risorse fossili (per esempio, polietilene, polipropilene, PET non a base bio); si parla in questo caso di plastiche convenzionali.

Bioplastiche: un’alternativa alle plastiche convenzionali

Non c’è bisogno di ribadire l’importanza della plastica a livello commerciale e industriale; è praticamente impossibile elencarne tutti gli usi che ne vengono fatti; al momento attuale è pura utopia pensare a un mondo senza plastica dal momento che la gran parte dei prodotti che utilizziamo quotidianamente sono costituiti in parte o in toto da materie plastiche. È però altrettanto vero che, per moltissimi di questi prodotti, anche se non per tutti, esiste una valida alternativa in bioplastica e, quindi, la possibilità di un minore impatto ambientale. Del resto sono sempre di più le aziende che si stanno attrezzando in questo senso e ciò è anche merito di un’aumentata consapevolezza sull’importanza della sostenibilità dell’ambiente.

Bioplastica: pro e contro

I principali vantaggi delle bioplastiche sono:

  • impatto ambientale ridotto
  • maggiore facilità di riciclaggio.

I rifiuti in bioplastica biodegradabile hanno tempi di degradazione decisamente più rapidi[1] rispetto a quelli in plastica tradizionale e conseguentemente un impatto ambientale decisamente inferiore; del resto è noto ormai a tutti che l’inquinamento in plastica è una minaccia particolarmente seria per l’ecosistema. Nel febbraio del 2018, un articolo [2] della rubrica Tuttogreen de La Stampa ricordava che, secondo le stime dell’Unione Europea, sono circa 100.000 le tonnellate che ogni anno finiscono nei mari europei, considerando peraltro solo le aree costiere; il numero è però più alto se vengono presi in considerazione le zone interne, le navi mercantili e i pescherecci; nei nostri mari finisce un po’ di tutto, dai cotton fioc alle bottiglie.

Altro vantaggio di non poco conto è la maggiore facilità nel riciclo delle bioplastiche; quelle biodegradabili possono essere depositate in discarica visti i rapidi tempi di degradazione; sicuramente una modalità di smaltimento più vantaggiosa economicamente rispetto a quella della termovalorizzazione perché minori sono i processi richiesti.

Va anche considerato il fatto che le bioplastiche realizzate da risorse rinnovabili (in particolare da biomasse) non hanno il problema dell’esaurimento della materia prima.

Per quanto riguarda gli svantaggi, quello principale sembra essere, come riporta un’inchiesta della rivista Altroconsumo, il fatto che, se il settore delle bioplastiche prendesse veramente piede, “lo sfruttamento delle coltivazioni di cereali, come il mais per esempio, potrebbe ridurre la produzione agricola di alimenti rischiando di compromettere la disponibilità di cibo”.

Per adesso, si deve anche considerare che i costi di produzione delle bioplastiche sono più alti rispetto a quelli relativi alla produzione di plastiche convenzionali; del resto, stiamo parlando di tecnologie relativamente nuove e quindi meno consolidate rispetto a quelle del settore petrolchimico. Questa è forse la criticità che più facilmente verrà risolta in tempi brevi.

Va anche considerato che, al momento attuale, nessuna delle bioplastiche presenti in commercio soddisfa appieno il requisito della totale sostenibilità (si pensi, solo per fare un esempio, all’inquinamento da trasporto delle biomasse necessarie alla produzione); anche da questi prodotti derivano altri rifiuti.

Con cosa si producono le bioplastiche?

Le bioplastiche possono essere ottenute da vari tipi di materia prima; alcuni esempi:

  • canna da zucchero, melassa e oli vegetali (produzione di BioPET, BioPE, BioPA ecc.; né biodegradabili né compostabili)
  • amido di mais, barbabietola da zucchero, tapioca (produzione di PLA; biodegradabile e compostabile)
  • amido di mais, canna da zucchero, barbabietola da zucchero, biomasse (PHA; biodegradabile e compostabile)
  • fibra di legno, canapa, lino, bambù ecc.; (biocompositi; sono biodegradabili e compostabili).

Photo Credit margaritatalep.com

Da tempo poi, si stanno studiano miscele sempre diverse per la produzione delle bioplastiche; una delle ultime proposte è quella della designer cilena Margarita Talep che ha realizzato una plastica biodegradabile, da utilizzare per la produzione di imballaggi, sfruttando una miscela a base di agar-agar (un polisaccaride ricavato dalle alghe).

 

In copertina sperimentazione con biopolimeri

Photo Credit: margaritatalep.com

 

Daniele Lucarelli

 

®Eco_Design WebMagazine

 

[1] Le plastiche tradizionali hanno tempi di degradazione di centinaia di anni; per quanto riguarda le bioplastiche, invece, la norma europea UNI EN 13432 stabilisce che, nel normale ciclo di compostaggio, devono decomporsi per il 90% nel giro di 3 mesi e dopo 6 mesi devono essere digerite dai microrganismi per il 90%.

[2] https://www.lastampa.it/2018/02/20/scienza/plastica-nei-mari-emergenza-mondiale-FGpK8KHUUCoJuqxJBbft9I/pagina.html

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