Cosa c’entrano i cicloni in Mozambico con il riscaldamento globale?

È ufficiale: i cicloni di quest’anno sono la prova dei cambiamenti climatici in atto.
Idhai e Kenneth sono i nomi dei cicloni che hanno devastato tra marzo e aprile il Mozambico. Il primo ha toccato terra il 4 marzo, mentre il secondo il 26 aprile a poco più di un mese di distanza. I due cicloni tropicali hanno lasciato sul campo nel complesso più di 1000 morti e, secondo alcune stime delle Nazioni Unite, almeno 1,7 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza in Mozambico e circa 900 mila in Namibia.

La particolarità dei due cicloni

Al netto delle cifre disastrose, sembrerebbe una situazione normale per un paese tropicale, infatti, di solito, la zona è interessata da cicloni tra ottobre e maggio. Lo stesso Mozambico, ogni anno, è toccato in media da un ciclone e mezzo. Sviscerando i numeri forniti dall’organizzazione mondiale per la meteorologia (WMO), però, il quadro appare preoccupante. Infatti, quest’anno la stagione dei cicloni, nel sud ovest dell’oceano Indiano, è stata molto intensa. In particolare, si sono contate 15 tempeste tropicali, 9 delle quali classificate come intensi cicloni. Insomma, una stagione così non si vedeva dall’autunno del 1993-1994.
Oltre a questo c’è da tenere in conto l’intensità dei cicloni. Kenneth, per esempio, in pochissimo tempo è passato da tempesta tropicale categoria 1 a ciclone categoria 4.
Nell’emisfero nord da quasi un secolo si vedono cicloni di categoria superiore a 4, ma nell’emisfero meridionale non è così comune, tanto che i due cicloni sono tra i maggiori disastri meteorologici dell’emisfero sud.

La colpa è del riscaldamento globale

Dunque, i due cicloni che hanno flagellato il Mozambico si inseriscono all’interno di una tendenza cominciata nel 1994, che si caratterizza per un aumento sia della frequenza che dell’intensità di tali fenomeni.
I cicloni tropicali che interessano il Sud ovest dell’Oceano Indiano si formano per il riscaldamento delle acque che rilascia in atmosfera una grande quantità di umidità. Da qualche anno però, visto l’aumento delle temperature di quella porzione dell’oceano, dovuta al riscaldamento globale, la quantità di acqua che evapora è maggiore; la conseguenza è che i cicloni hanno, rispetto agli anni scorsi, un carico di pioggia maggiore.

 

Dati allarmanti sulle precipitazioni

Le piogge cadute in 24 ore, tra il 28 e il 29 aprile, dovute a Kenneth hanno raggiunto i 254.7 millimetri.
Per avere un’idea della quantità di acqua caduta, basta pensare che la media di piogge in inverno a Milano è di 176.6 mm.

Dunque la pericolosità di questi nuovi cicloni, oltre che nei venti, sta nel carico di acqua e nelle conseguenti inondazioni.
Preoccupati da questa situazione, alcuni scienziati hanno affrontato il tema sul South African Journal of Science, constatando l’aumento delle temperature nella porzione di oceano antistante il Mozambico.

Idaho e Kenneth sono la prova di quello che ci aspetta nei prossimi anni, anche alle nostre latitudini, se continuiamo a immettere nell’atmosfera i gas serra.

 

 

Pasquale Pagano

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