Cosa sono le Comunità a Sostegno dell’Agricoltura?

L’agricoltura contribuisce a circa 1/3 delle emissioni di gas serra. Inoltre, le mono culture e i processi intensivi rendono il suolo meno fertile e produttivo. Se non riuscissimo a contenere l’innalzamento delle temperature sotto i 2°c nel prossimo futuro molte persone potrebbero soffrire la fame, anche in Occidente. Da qualche anno, stanno spuntando dappertutto le CAS, che potrebbero limitare il problema.

Uno scenario pericoloso

Lo sapevamo e ce lo ha ricordato ancora una volta il report dell’Ipcc “Climate Change and Land”, pubblicato in agosto: c’è bisogno di un’agricoltura sostenibile perché con il riscaldamento globale e i processi produttivi intensivi si rischia, nel prossimo futuro, di rimanere a stomaco vuoto, in tutti i sensi.

I problemi che attanagliano l’agricoltura moderna sono i processi intensivi, le monocolture e l’uso dei pesticidi, che acidificano la terra e la rendono meno fertile.

Dunque, i prodotti agricoli, nati in terreni acidi saranno meno nutrienti. Se a questo si aggiunge che molta parte del cibo prodotto viene buttato e che il settore agricolo è responsabile di circa 1/3 di gas serra, è ovvio pesare che necessitiamo di un cambio di rotta.

Agricoltura intensiva

Cosa sono le CAS

Una soluzione per salvare il primo settore potrebbe essere rappresentata dalle Community Supported Agricolture (CSA o CAS, in italiano). Queste comunità nacquero negli anni ’70 prima in Svizzera e Giappone, e poi si diffusero in Usa ed Europa.

Come l’acronimo stesso indica queste comunità nascono per dare sostegno al piccolo agricoltore, che viene tagliato fuori dal mercato che ha prezzi troppo bassi a fronte dei grandi investimenti in termini di lavoro e risorse economiche da parte dei piccoli produttori.
Proprio per questo motivo le CAS afferiscono a quella che viene definita agricoltura sociale. Esistono diverse forme di comunità, più o meno strutturate ma tutte hanno alla base la volontà di rivedere il rapporto uomo terra, all’insegna di un modello di agricoltura sostenibile, ovvero bio e non industrializzata.

Esistono CAS che supportano solo l’acquisto dei prodotti ed altre che diventano vere e proprie comunità di cittadini contadini, come nel caso di ARVAIA, un appezzamento di oltre 30 ettari alle porte di Bologna che vede coinvolti più di 200 soci contadini e alcuni lavoratori fissi impiegati full time.

Le CAS, avendo una comunità di riferimento a supporto, rompono la logica del profitto. I prodotti “venduti ai soci” sono solo quelli stagionali e il prezzo è fisso e uguale per ogni prodotto che si tratti di mele o patate. Questo perché ad inizio anno si approva un bilancio consuntivo che considera tutti i costi di produzione dei prodotti. Sulla base del bilancio si dividono le quote tra i soci. Ogni socio versa la quota iniziale e poi ha prodotti sempre freschi durante tutto l’anno. Il meccanismo garantisce che tutti vincano: la terra, i coltivatori e i consumatori. Inoltre, ciò rende gli agricoltori più liberi nei confronti del mercato, I coltivatori possono così sperimentare la reintroduzione di colture autoctone più resilienti verso l’innalzamento delle temperature dovuto al riscaldamento globale.

 

Le reti di Cas nel mondo e in Italia

Chiaramente quello che è uno dei vantaggi delle CAS, essere locali e piccole, diviene uno svantaggio nel momento in cui bisogna fare rete. A livello mondiale questo problema è mitigato da Urgenci,  la rete worldwide , nata nel 2008, che raggruppa la maggior parte delle CAS di ogni angolo del pianeta. In Italia, da qualche anno si stanno intessendo relazioni tra le varie comunità per formare delle reti strutturate. Questo, tra gli altri, uno dei temi discussi l’8 e il 9 giugno scorsi, a Firenze nella seconda Convention Italiana delle CAS, che ha visto la partecipazione di realtà provenienti soprattutto dal Nord Italia.

 

Pasquale Pagano
®Eco_Design WebMagazine

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