La Francia chiude 14 reattori nucleari. E il dibattito su pro e contro continua

Nucleare sì, nucleare no. Mentre la questione continua a suscitare reazioni contrastanti, la Francia (secondo Paese al mondo per numero di centrali) decide di spegnere i suoi reattori più obsoleti. E di puntare sul biogas.

La Francia annuncia la chiusura di 14 dei suoi 58 reattori nucleari entro il 2025. Si tratterebbe delle strutture più vecchie, e quindi quelle più a rischio e con la manutenzione più complessa, attualmente in funzione presso 7 centrali sparse su tutto il territorio nazionale. Lo spegnimento  dei reattori partirebbe già da quest’anno con quello di  Fessenheim (al confine con la Germania), ma non prevede lo smantellamento delle centrali stesse, che continuerebbero a lavorare parzialmente. A presentare il piano è stata EDF – Électricité de France, ovvero la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, che è anche il principale produttore di energie rinnovabili d’Europa.

 

Il governo francese investe nel biogas e nell’eolico

Per supplire al calo di fornitura energetica che deriverà da queste chiusure il governo transalpino ha infatti previsto uno stanziamento di 1 miliardo e 800 milioni di euro per la produzione di biogas. Non solo. L’esecutivo scommette anche sull’eolico, puntando al raddoppio dell’energia prodotta dalle pale off shore dislocate nell’oceano.

La notizia di questo piano di chiusura di 14 reattori nucleari sembra indicare una precisa direzione per la Francia, che è il Paese più dipendente al mondo dall’energia nucleare.

Il governo ha  infatti recentemente aperto una consultazione per il suo progetto pluriennale di programmazione energetica (DPI), che intende far scendere la quota del nucleare da oltre il 70% di oggi al 50% nel 2035, puntando su un approvvigionamento maggiormente differenziato

In altre parole la Francia sembra volersi svincolare sempre più dalla sua imponente dipendenza dall’energia nucleare, che oggi pesa per il 71,67% del suo fabbisogno totale

In questo quadro è utile ricordare che lo scorso anno, proprio in Francia, due eventi misero in luce la criticità e la pericolosità degli impianti nucleari: in primis le temperature estive record, che costrinsero a spegnere 8 centrali per il rischio di surriscaldamento, e poi il terremoto di novembre nel Sud Est del Paese, che mise tutti in allerta, portando al temporaneo spegnimento di una centrale.

 

Il nucleare nel mondo

Per avere un quadro generale è utile intanto dire che al mondo sono 31 i Paesi che gestiscono in tutto 443 reattori nucleari e che la costruzione di nuove centrali nucleari è diminuita negli ultimi anni, anche in seguito al disastro alla centrale di Fukushima del 2011.

Osservando i dati riportati dalla IAEA (l’agenzia internazionale per l’energia atomica nata nel 1957, con lo scopo di “promuovere l’utilizzo pacifico dell’energia nucleare e di impedirne l’utilizzo per scopi militari”), si può constatare che i Paesi che attualmente puntano di più sul nucleare (con il maggior numero di impianti in costruzione) sono Cina (ne sta costruendo 10), India (7), Russia (4), Corea del Sud (4) e gli Emirati Arabi Uniti (finora non ne avevano, ma ne stanno costruendo 4). Gli USA restano la nazione con il maggior numero di impianti attivi (96 e 2 in costruzione). La Francia, che dopo gli Usa è il Paese con il maggior numero di centrali, attualmente ne avrebbe in costruzione solo una (il Flamanville-3) che risulta “under construction” dal 2007.

 In Italia il nucleare è stato abolito con due referendum: il primo nel 1987 (che seguì il disastro di Černobyl’ del 1986) e il secondo nel 2011 (dopo Fukushima). Va detto però che da allora una percentuale del nostro fabbisogno interno (circa il 15%)  è coperta dall’importazione dall’estero, che include anche l’energia prodotta dalle centrali nucleari francesi. Pur “non volendolo” siamo dunque ancora paradossalmente “costretti” a servircene.

 

Nucleare: male necessario o rischio inutile?

È evidente il motivo per cui il tema del nucleare resti ancora al centro del dibattito internazionale. Le posizioni sono più d’una a riguardo e, spesso, riuscire a districarsi tra verità e illazioni non è cosa semplice per i non addetti ai lavori.

Se larga parte dell’opinione pubblica e degli ambientalisti è fortemente schierata contro il nucleare, per gli enormi rischi che esso comporta e che la Storia ci ha purtroppo confermato, dall’altra c’è chi lo considera un “male necessario” per fronteggiare la crisi climatica.

Dal punto di vista delle emissioni di CO2, infatti, una centrale nucleare ha un impatto ambientale molto inferiore rispetto alle centrali che bruciano combustibili fossili. E bisogna tenere in considerazione anche le conseguenze provocate sulla salute proprio dai gas serra e dalle polveri sottili, che rappresentano una reale minaccia per la popolazione mondiale (e proprio in Italia abbiamo le statistiche peggiori d’Europa)

La contrariertà e lo scetticismo verso il nucleare non riguardano solo le catastrofiche conseguenze che gli eventuali incidenti possono provocare sull’ambiente e sulla salute delle persone e delle generazioni future, ma anche i problemi legati a tutto il ciclo produttivo del nucleare. Si parla dei rischi di estrazione dell’uranio (con il relativo impatto ambientale), dei rischi finanziari e normativi e della gestione delle scorie (ad oggi non esiste un modo per smaltirle e restano radioattive per centinaia di migliaia di anni), oltre che del rischio della proliferazione delle armi nucleari. Un altro rischio è la minaccia del terrorismo, che potrebbe prendere di mira le centrali, con conseguenze devastanti.

 

Cosa dice la scienza

Vero è che, come riconosciuto anche dall IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) nel suo report del 2018: L’energia nucleare potrebbe fornire un contributo crescente all’approvvigionamento energetico a basse emissioni di carbonio”. Ciò significa che, di fatto, una sua crescita a svantaggio dei combustibili fossili si tradurrebbe in un abbattimento nelle emissioni di CO2, che sono la causa del riscaldamento globale e quindi del cambiamento climatico. In questo senso il nucleare sarebbe una risposta alla necessità di contenere l’aumento delle temperature entro gli 1,5°C previsti dall’Accordo di Parigi.

Pur affermando questo, ovviamente gli scienziati dell’IPCC sono ben consapevoli dei sopracitati “rischi operativi e i relativi problemi di sicurezza” che questa tecnologia comporta e ammettono che “L’uso e l’espansione dell’energia nucleare in tutto il mondo, come risposta alla mitigazione dei cambiamenti climatici, richiede maggiori sforzi per affrontare la sicurezza, l’economia, l’utilizzo dell’uranio, la gestione dei rifiuti e la proliferazione delle preoccupazioni sull’uso dell’energia nucleare (IPCC, 2007, capitolo 4; GEA, 2012).”

Temi di non facile e immediata risoluzione che pongono la questione del nucleare su un livello di “scelta di priorità”.

 

Il Green Deal europeo boccia il nucleare

Il fisico e ambientalista Amory B. Lovins, da tempo impegnato sul tema della decarbonizzazione, ha dimostrato in uno studio che “ogni dollaro investito nel nucleare è in grado di ridurre la CO2 del Paese da due a dieci volte meno rispetto allo stesso dollaro investito in efficienza energetica e rinnovabili. E lo fa da venti a quaranta volte più lentamente”. Quindi, sebbene sia vero che un impianto nucleare genera meno emissioni di gas a effetto serra rispetto alle centrali a combustibili fossili, la soluzione migliore, più sostenibile e sicura resta quella delle energie rinnovabili.

In quest’ottica è chiaro che ogni tipo di investimento indirizzato sul nucleare, anziché sulle rinnovabili, risulterebbe poco conveniente e per nulla lungimirante.

A seguire questa linea è anche la Commissione Europea, che ha escluso il nucleare dal nuovo Just Transition Mechanism (Meccanismo dell’Equa Transizione), lo strumento che fornisce un sostegno mirato alle regioni più colpite dalla transizione verde, verso l’obiettivo della neutralità climatica del 2050.  Questo fondo, considerato un elemento chiave del New Green Deal europeo, mobiliterà almeno 100 miliardi di euro ed escluderà dunque l’energia nucleare, non considerandola tra le fonti pulite che riceveranno parte dei finanziamenti.

Un segnale che, forse, il sogno nucleare è destinato a svanire.

 

Alice Zampa

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