T-shirt rigenerate (riciclate): cosa sono e chi le produce

Lo smaltimento di abiti inutilizzati è uno degli anelli deboli della filiera tessile: quando un vestito arriva a fine ciclo, per usura o semplicemente per il mutare perenne delle mode, diventa un peso, sia economico che ambientale, per la Terra. In attesa di un mercato più ampio del riuso, non limitato a vintage molto selezionato o bancarelle da “tutto a un euro”, le strade sono due: distruzione o invio in Paesi poveri, con una valutazione a peso di immani quantità di vestiti stipati in container pronti a partire per Africa o Asia.

Da poco ha preso piede la scelta di produrre in modo sostenibile uno dei capi più usati ed anche meno costosi che troviamo in ogni armadio, la t-shirt. Un’idea apparentemente quasi scontata che però è venuta a pochi illuminati imprenditori al mondo e sono due i casi più recenti balzati agli occhi dell’opinione pubblica, uno in Italia e uno in California.

 

In Italia, a Prato e non poteva essere altrimenti vista la tradizione del distretto toscano nel riciclo e nel riutilizzo di fibre, lana in primis, c’è Rifò, brand creato da due giovani cugini, Niccolò Cipriani e Clarissa Cecchi. Un’idea semplice e al tempo stesso geniale supportata da una campagna di crowfunding nella Rete: produrre t-shirt in cotone e poliestere 100% rigenerati, utilizzando gli scarti tessili e le bottigliette di acqua, risparmiando sull’utilizzo di agenti chimici e sullo spreco di risorse limitate come l’acqua. Per le t-shirt Rifò se ne utilizzano solo 30 litri.

Rifò, t-shirt in cotone rigenerato

Una decisione maturata dopo anni di esperienza nel riciclo della lana che porta benefici anche all’ambiente, basti pensare che ogni anno tra 5 e 13 milioni di tonnellate di bottiglie di plastica non smaltite in maniera corretta finiscono in mare, con il rischio di essere ingerite dagli animali e di entrare così nella catena alimentare. Da un primo calcolo con 90 magliette realizzate da Rifò verranno risparmiati 240.300 litri di acqua e verranno riutilizzate circa 500 bottigliette di plastica.

 

Più legata al riutilizzo delle magliette l’idea della statunitense For Days, che ha presentato una collezione di t-shirt ottenute da materiali rigenerati: grazie ad un programma di membership è possibile acquistare 3, 6 o 10 nuove t-shirt e quando una delle maglie sarà usurata, macchiata o inutilizzabile, si potrà mandarla indietro e riceverne una nuova, ottenuta con gli stessi materiali rigenerati.

ForDays, T-shirt realizzate con materiali rigenerati

Piccoli segnali di una tendenza che sta per prendere piede?

L’Italia, che produce il 40 % della moda europea, percentuale che sale al 70 se si considerano le produzioni fast fashion stando alle dichiarazioni di Carlo Capasa – presidente della Camera nazionale della moda (Cnmi), durante la seconda International roundtable on sustainability tenutasi lo scorso 20 marzo a Milano-, è scesa in campo ormai da anni nel tentativo di capire cosa fare per migliorare la situazione. La moda, infatti, sempre secondo quanto sostiene Capasa, è la seconda industria più inquinante al mondo, dopo il petrolio.

Carlo Capasa presidente della Camera nazionale della moda

La tavola rotonda sulla sostenibilità – alla quale si sono seduti esponenti dei grandi colossi del lusso come Lvmh e Kering, la Commissione per la Sostenibilità di CNMI Italiana (composta da Armani, Prada, Valentino, Versace e Gucci), la fondatrice e Creative Director di Eco-Age Livia Firth, oltre a delegati di importanti istituzioni internazionali tra cui la Commissione Economica dell’Unione Europea, la World Bank, le Nazioni Unite e il Ministero per l’Ambiente – è stata un esempio dell’efficacia di questa chiamata alle armi lanciata dalla nostra Camera della moda. I capi durano il 50% in meno e il 40% di essi non viene nemmeno utilizzato. A questo proposito il Presidente della CNMI ha annunciato i primi traguardi green italiani, come la pubblicazione delle “Linee guida sui requisiti eco-tossicologici per le miscele chimiche e gli scarichi industriali” e una nuova ricerca focalizzata sulle ammine aromatiche cancerogene. Ma ha anche ribadito che il “sigillo” di qualità e artigianalità che caratterizza tutti i prodotti made in Italy può fare la differenza, contribuendo a promuovere il concetto di una moda che dura e vale, quindi non va sprecata.
Serve dunque più sinergia tra buone pratiche di consumo, qualità nei processi produttivi e selezione dei materiali, ma anche ricerca tecnologica orientata ad una produttività che riduca sempre più l’impatto della filiera produttiva della moda sull’ambiente. Intanto l’esempio di Rifò a Prato e, dall’altro capo del mondo, di For Days negli USA, stanno tracciando due possibilità reali di fashion business sostenibile.

Noi di Eco Design, con Anter, speriamo di tornare a parlarvi presto di nuovi altri casi altrettanto virtuosi!

 

 

®Eco_Design WebMagazine

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