Migrazioni per Cambiamenti Climatici: il Global Migration Compact di Marrakech

L’11 Dicembre a Marrakech si è conclusa la conferenza intergovernativa in seno all’ONU per la firma, da parte degli Stati membri, del Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration. Il documento è balzato agli onori della cronaca in Italia per il clamoroso dietrofront del Governo sulla partecipazione, prima paventata, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, poi ritirata pochi giorni prima dell’inizio della conferenza.
Il Global Compact è un atto non vincolante, quindi poco rilevante dal punto di vista giuridico, ma ha una fondamentale importanza politica, in quanto mette in luce la necessità di trovare delle risposte globali -che presuppongono la cooperazione tra stati- al fenomeno delle migrazioni.

 

Un lungo cammino

 

La conferenza intergovernativa, tenutasi in questi giorni a Marrakech, è solo la parte finale di un processo cominciato negli anni ’90. Sebbene le intenzioni risalgano a qualche decennio fa, la genesi del documento è datata 19 Settembre 2016, quando l’Assemblea Generale ha adottato la risoluzione, poi definita, “Dichiarazione di New York per Rifugiati e Migranti”.
Da allora, dopo una serie di incontri di negoziazioni (durate 17 mesi), si è arrivati al testo che è composto da un preambolo, che esplicita le basi ideologiche e legali del documento, e una lista di 23 obiettivi.
La motivazione principale che ha spinto l’Assemblea Generale ad elaborare questo testo è la necessità di regolare la migrazione a livello globale, in maniera armoniosa e di sancire delle linee guida, al fine di uniformare le risposte nazionali in materia di migrazione pur mantenendo intatta la sovranità di ogni singolo Stato..

 

Rifugiati o migranti?

 

In Italia, negli ultimi anni, il tema delle migrazioni è stato molto presente nel dibattito politico, ma trattandosi di un argomento estremamente complesso, a volte, va incontro ad ambiguità, che ne rendono ancora più difficile sia la comprensione che gli approcci per  gestirlo.
La prima grande ambiguità è di ordine linguistico e riguarda l’utilizzo dei termini migrante e rifugiato come sinonimi.
Per fortuna l’Agenzia ONU incaricata della protezione dei rifugiati, la United Nation High Comissioner Refugees (UNHCR d’ora in avanti), in una nota del 2015 fa chiarezza. Nella nota si definisce rifugiato, chi scappa da guerre o persecuzioni e si trova ad oltrepassare i propri confini nazionali. Il migrante è invece chi lascia il proprio paese per i più disparati motivi, diversi da quelli del rifugiato.
Il “rifugiato” è legalmente riconosciuto, a livello internazionale, e l’UNHCR è l’agenzia Onu preposta alla salvaguardia di queste persone. Per i “migranti” (non rifugiati), non esiste uno stato giuridico internazionale che ne garantisca la protezione ed esiste un organismo internazionale, l l’Organizzazione Internazionale per la Migrazione (IOM d’ora in avanti), che non è ancora sotto l’egida delle Nazioni Unite e non ha, quindi, un sostanziale potere vincolante in quanto non ha la capacità di mobilitare gli Stati.

 

Il Global Compact tiene conto di tutti gli esseri umani che si trovano a migrare e che non hanno lo status giuridico internazionale che consenta loro di usufruire di protezione e trattamenti adeguati. Dunque, un punto importante del testo siglato a Marrakech è proprio la volontà di garantire il diritto a muoversi liberamente dentro e fuori dai confini nazionali (un diritto è riconosciuto nell’art 13 della dichiarazione universale dei diritti umani) e, più in generale di definire e creare consenso sui diritti umani dei migranti.

 

Perché ne parliamo ad Anter?

 

La complessità del tema non è solo linguistica ma anche fenomenica. Le cause che spingono le persone a lasciare il proprio luogo di origine sono spesso interconnesse tra loro. Lasciare il proprio paese, la famiglia, gli affetti, la casa e il lavoro, non è una cosa da poco. Lo fecero e lo fanno tutt’ora, sotto forme diverse, molti Italiani, avventurandosi in America o nei paesi nord europei per lo più, ma anche in altri paesi del mondo. Lo si fa perché si è spenta la speranza di poter vivere nel proprio paese o perché si è alla ricerca di condizioni di vita migliori. Perciò si è disposti a mettere in gioco la propria vita, quella dei propri figli, ad affrontare ogni pericolo e difficoltà.

 

Una parte però di questi movimenti di popolazioni è dovuta primariamente a fattori ambientali che, a loro volta, sono in grado di far scattare guerre, carestie, malattie. Sarebbero, secondo l’OMS, 250.000 ulteriori morti, quelle che ci dovremmo aspettare tra il 2030 e il 2050 al riguardo.
Riconoscere i fattori che spingono le persone a migrare non è un vezzo antropologico, ma una necessità per capire come agire al fine di evitare che le persone siano costrette a lasciare, involontariamente, il proprio luogo di vita.
L’OIM nella sua azione di protezione dei migranti, nel 2015 ha coniato il termine “migrante ambientale”, cercando di porre attenzione a  tutte quelle persone vulnerabili, costrette a lasciare il proprio habitat a seguito di cambiamenti ambientali o climatici.
Nello stesso anno, nel preambolo degli accordi sul clima di Parigi (COP 21), si legge la profonda interconnessione tra cambiamenti climatici, disastri e movimenti forzati.
Insomma, quello che viene fuori è una forte connessione tra cambiamenti climatici e migrazioni, sia interne che esterne.

 

Oltre al Migration Compact, gli accordi di Parigi e le successive Cop, esistono anche altre iniziative portate avanti sia dall’ONU e da organizzazioni non governative, per cercare di indagarne al meglio la connessione, ma anche per cercare di contrastare sin da subito gli effetti dei cambiamenti climatici. È questo il caso dell’accordo quadro di Sendai, firmato nel 2015, non vincolante, che crea una cornice programmatica quindicennale per cercare di portare avanti gli obiettivi dell’agenda 2030 di sviluppo sostenibile.

Il Migration Compact, globalizzando la gestione delle migrazioni, ha posto l’attenzione alla gestione globale dei fattori che spingono le persone a migrare. Tra i tanti, quello ambientale. La conferenza di Marrakech va quindi letta come un ulteriore invito ad agire insieme per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

 

 

Pasquale Pagano

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