Surriscaldamento globale e innalzamento del mare, cosa rischia l’Italia

Continua a crescere il livello del mare, non più con un andamento costante ma accelerato. A dirlo è uno studio dell’Università del Colorado e del National Center for Atmospheric Research in collaborazione con la NASA, che avverte che entro il 2100 le acque si alzeranno di almeno 65 centimetri.

 

Cosa rischia l’Italia con l’innalzamento dei mari

Questo fenomeno colpirà anche l’Italia, soprattutto le città costiere. Da Nord a Sud il nostro Paese rischia di perdere 5.500 km quadrati di pianura costiera, con 37 comuni sommersi dall’acqua. La prima a farne le spese sarebbe Venezia, che sia in autunno che in primavera è soggetta ad allagamenti causati dall’acqua alta. Ma l’ondata arriverebbe anche  in Toscana (Versilia), nel Lazio (Fiumicino, Fondi e altre zone dell’Agro pontino), in Campania (piane del Sele e del Volturno) e in Sicilia (aree costiere di Catania e delle isole Eolie). Secondo Enea, le zone a rischio sono aumentate rispetto agli scorsi anni proprio a causa del  surriscaldamento climatico, principale fattore dell’innalzamento dei mari. L’acqua più calda infatti  aumenta di volume e di conseguenza sale il livello delle acque non solo marine, ma anche fluviali.

Dall’indagine di Enea, in collaborazione con il Mit di Boston, il danno sarebbe di dimensioni catastrofiche. Infatti rischieremmo di perdere le nostre spiagge più belle che già oggi sono a rischio inondazione, soprattutto in Toscana. Così come il nostro patrimonio culturale e paesaggistico con ingenti danni all’economia. Già negli ultimi 1000 anni le acque del Mediterraneo sono salite da un minimo di 6 a un massimo di 33 centimetri e per i prossimi anni sono destinate all’aumento.  Dal 2012 è attivo il progetto Geoswin che porta la firma di Enea e l’università di Trieste per monitorare le condizioni dei nostri mari.

 

Zone a rischio allagamento nel resto del mondo

Nel mondo gli effetti dell’innalzamento marino si sono fatti sentire e l’Asia è il continente che li ha accusati maggiormente. Basti pensare allo tsunami che il 26 dicembre del 2004 ha colpito il sud-est del paese, oppure al maremoto del 2011 in Giappone a cui sono seguite una serie di scosse. Disastri naturali che hanno causato migliaia di vittime e danni a edifici e infrastrutture. Per il futuro le previsioni non sono affatto rosee, infatti il livello del mare è destinato a salire. In alcune zone del Bangladesh le acque sono arrivate a crescere fino anche a 8 millimetri in un anno e, se si continua con le stesse tendenze, nei prossimi 50 anni l’intera costa sarà sommersa. Situazione peggiore nell’isola di Giava dove i fiumi ogni anno straripano e la cementificazione ha alterato i flussi dei canali. Ma gli effetti dell’inquinamento si vedono anche nelle zone più ricche: la città di New Orleans porta ancora i segni dell’uragano Katrina e secondo il U.S. Geological Survey il livello del mare sulla città potrebbe innalzarsi da 2,5 a 4 metri.

Negli ultimi 25 anni l’espansione termica ha contribuito a circa metà dei 7 centimetri di innalzamento del livello medio globale del mare. A questo fenomeno si deve aggiungere lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e Antartide (3.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio tra il 1992 e il 2017) che secondo le previsioni potrebbe aumentare. Così, oltre all’aria, le emissioni di Co2 danneggiano anche mari e oceani con gravi conseguenze per l’uomo. La crescita del livello del mare, insieme ad altri fattori atmosferici, come le forti correnti di vento, aumenta il rischio di tsunami e uragani per le città di tutto il mondo.

Per fermare questo fenomeno non basta investire in prevenzione, ma occorre cambiare abitudini verso uno stile di vita sostenibile ed un nuovo modello di sviluppo, basato sul rispetto dell’ambiente e sull’uso consapevole delle risorse naturali.

 

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