Covid-19, quali sono gli ambienti più pericolosi per la diffusione del virus?

Scuole, mezzi pubblici e abitazioni, ecco cosa possiamo fare per difenderci

Gli ambienti chiusi, affollati e con un tempo di permanenza prolungato sono i più pericolosi per la diffusione del Covid-19: tra questi la scuola, i mezzi pubblici, l’abitazione stessa e qualunque spazio confinato circoscritto.

Sono numerose le ricerche che confermano come la trasmissione del nuovo covid-19 possa avvenire non solo attraverso i droplets, le goccioline respiratorie grandi che per gravità cadono a terra entro i due metri, ma anche attraverso minuscole goccioline definite aerosol esalate dalle persone infette non solo quando tossiscono o starnutiscono ma anche quando parlano ad alta voce, cantano o respirano.

Questi studi suggeriscono che gli aerosol possono muoversi di diversi metri e riempire una stanza per lunghi periodi mantenendo una carica di infettività elevata. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dopo molte reticenze, ha dichiarato possibile la trasmissione aerea. Pertanto il distanziamento e le mascherine chirurgiche se da un lato difendono dalle goccioline più grandi e sono indispensabili per questa modalità di contagio da soli non basterebbero per contrastare la trasmissione per via aerea.

Un “killer” invisibile minaccia le nostre case

La trasmissione aerea

Semplificando, si può immaginare che dalla bocca di un soggetto esca una “nuvola” di goccioline (aerosol, di diametro variabile tra D > 1 μm e D < 100 μm) in grado di rimanere sospesa in aria per un tempo sufficiente ai fini dell’inalazione di un soggetto suscettibile ed un numero molto ridotto (in particolare in assenza di tosse o starnuti) di goccioline di diametro maggiore (droplets, D > 300 μm) che segue dinamiche balistiche (moti di proiettili).

Fonte ricerca

Ma quali sono i rischi reali? Cosa succede davvero ad esempio all’interno di un’aula scolastica ?

Attento all’aria che respiri…e non solo a quella esterna!

Come calcolare il rischio contagio in ambienti chiusi

Il prof. Giorgio Buonanno di Fisica Tecnica Ambientale dell’Università di Cassino, tra l’altro componente del Comitato Scientifico di ANTER, in collaborazione con la Queensland University of Tecnology di Brisbane e la New York City ha messo a punto un tool che stima il rischio di contagio in ambienti chiusi.

L’esempio in un’aula scolastica

Consideriamo un’aula scolastica di 6x7x3,5 m3, con 20 studenti e tempo di esposizione di 2 ore. Se è presente una ventilazione naturale, come normalmente nelle scuole italiane, sono necessarie 5 ore per ricambiare completamente l’aria.

Nella TAB 1 si stima il rischio di contagio (per la singola persona presente in aula) e l’indice di contagio (il numero di persone in grado di essere contagiate dalla persona infetta). 

La premessa è che il rischio di contagio accettabile dovrebbe essere inferiore a 0,1% e l’indice di contagio, il famoso R0 dovrebbe essere ben inferiore a 1.

Inquinamento indoor, quali rischi corriamo?

Che cosa succede se in un’ aula c’è un  Covid-19 positivo?

Quello che succede tipicamente in una scuola italiana è che la maestra o il professore spiegano ad alta voce per farsi sentire da tutti e coprire i brusii che non mancano mai. 

Se è la maestra ad essere positiva il rischio di contagio stimato salirebbe oltre l’8%: vale a dire su 20 studenti 1.6 potrebbero contagiarsi se ovviamente non venisse adottata alcuna misura di protezione rispetto al contagio.

Uno studente infetto che si limita a respirare senza tossire, urlare o starnutire è decisamente meno pericoloso (con un rischio di contagio di 0,26%). Il primo passo è pertanto quello di  intervenire nella limitazione della emissione di una sorgente, dotando magari gli insegnanti di un microfono: non essendo costretti a parlare ad alta voce emetterebbero meno particelle e il rischio di contagio stimato calerebbe dall’8% all’1,3% e l’indice di contagio R0 diventerebbe 0,26, molto al di sotto del livello di guardia di 1.

Qualità dell’aria, come monitorarla?

Cosa possiamo fare per difenderci e rendere più sicuri gli ambienti chiusi ad alto rischio ?

La ventilazione gioca un ruolo fondamentale nella gestione del rischio. Purtroppo in Italia la cura della qualità dell’aria degli ambienti indoor non è mai stata affrontata seriamente, delegando alla semplice ventilazione naturale ( aria che passa attraverso porte e finestre ) il compito di “ripulire” l’aria negli ambienti. Questo rientra in un problema più generale, che riguarda la qualità dell’aria in presenza di qualsiasi sorgente indoor inquinante

Vedi ricerca condotta da Anter sulle polveri sottili QUI 

Potrebbe essere questa l’occasione per mettere in sicurezza i nostri ambienti, compreso le nostre case, ma sarebbero necessari investimenti importanti.  

Quanto conta la ventilazione?

Aumentando la ventilazione in modo incontrollato, aprendo la finestra per 20 minuti ogni 40 minuti, oppure in modo controllato con un purificatore d’aria in grado di aumentare la ventilazione (costo indicativo 1000-1500 euro per ambiente ), i rischi si riducono ancora di più. Del resto in pieno inverno, soprattutto nelle regioni del Nord non è praticabile fare lezione con le finestre spalancate per tempi così prolungati. Le mascherine chirurgiche sia per l’utilizzo non perfetto della popolazione che per il range dell’areosol, possono concorrere a ridurre ma hanno un ruolo di protezione inferiore rispetto a ventilazione e purificatore. L’ideale sarebbe agire con  impianti di ventilazione meccanica controllata, nel caso di riciclo è consigliato l’utilizzo di filtri HEPA

Allo stesso modo bisogna pensare per le nostre abitazioni. La qualità dell’aria che respiriamo soprattutto laddove trascorriamo la maggior parte della nostra giornata è fondamentale e direttamente collegata al nostro benessere. 

Di Stefania Russo, Presidente Comitato Scientifico di Anter. 

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