divieto d'accesso al diesel

Perché l’era del diesel ha i giorni (forse) contati

Messe al bando da tribunali, case automobilistiche, sindaci e governi, le auto a gasolio sembrano essere condannate all’estinzione: ne parla anche al Salone di Ginevra

Chi ce l’ha già fa bene a preoccuparsi, chi ci ha fatto un pensierino per risparmiare su costo e consumo di carburante forse dovrebbe ricredersi: l’auto diesel ha i giorni contati. O meglio, quelli contati sono gli anni. Potrebbero essere quattro o cinque, o forse ancora meno. Il fatto è che nell’ultima settimana, a cavallo di febbraio e marzo, s’è verificata una concomitanza di eventi significativi che fanno propendere verso l’addio al diesel.
Da una parte è successo che la sindaca di Roma Virginia Raggi, di ritorno dal vertice C40 a Città del Messico, ha annunciato la messa al bando delle auto diesel dal centro della capitale dal 2024. Dall’altra è successo che anche il gruppo Fiat-Fca, come anticipato fra le righe del Financial Times,  si sta allineando al trend ‘no diesel’, annunciando l’abbandono di questa motorizzazione inquinante a partire dal 2022. Tra i motivi, il calo delle vendite sui mercati esteri e gli elevati costi della tecnologia impiegata per contenere le emissioni di inquinanti.  L’annuncio della prima cittadina di Roma su Facebook fa eco alle iniziative adottate dal Comune di Milano dove la giunta Sala a fine dicembre aveva annunciato che, a partire dal 2020, archivierà gli autobus diesel per arrivare all’obiettivo di una flotta con 1200 mezzi elettrici. Periodo ‘nero’ per il diesel. A fine febbraio il tribunale federale di Lipsia ha sentenziato che le città possono introdurre divieti di circolazione alle auto diesel per difendere la qualità dell’aria.
Da Londra a Parigi, da Amsterdam a Monaco, tutti gli amministratori locali sembrano aver dichiarato ormai una guerra al motore inventato a fine ’800 dall’ingegnere tedesco Rudolf Diesel.

la sindaca Virginia Raggi

Perché l’addio al diesel fa bene all’ambiente

Nel Belpaese, dove la quota di diesel sfiora il 57%, il motore contro cui puntano il dito politici e ambientalisti si ritaglia ancora un’isola felice.  Fra le vetture immatricolate in Europa l’anno scorso, quelle a gasolio sono ancora praticamente la metà. La questione non è solo delicata, ma anche suscettibile di strumentalizzazioni politiche. Ma già nel 2012 l’Agenzia dell’Onu che segue la ricerca sulle cause del cancro aveva stabilito che “i gas di scarico dei motori diesel sono sostanze cancerogene certe per l’uomo. Da una parte il diesel si rivela un prezioso alleato degli obiettivi stabiliti dagli accordi di Parigi perché permette di contenere le emissioni di C02 da cui dipendono il riscaldamento globale e l’effetto serra del pianeta, dall’altra è il nemico numero uno dell’aria nei centri urbani per via delle emissioni di particolato (Pm10 e Pm2.5) e di NOx (ossidi di azoto). Il problema è che, se non vengono trattenuti dagli appositi filtri, questi materiali possono disperdersi nell’atmosfera in una quantità fino a mille volte superiore rispetto a quelle rilasciate dai motori a benzina.  Ma nell’immaginario collettivo il potere inquinante dei motori diesel è stato accentuato dallo scandalo ‘dieselgate’ che ha coinvolto dal settembre 2015 a oggi 28 modelli di almeno cinque case automobilistiche.

sergio marchionne

Che cos’è stato il ‘dieselgate’

Era il 18 settembre 2015 quando l’Autorità americana per la protezione ambientale (Epa) accusò Volkswagen di aver installato sulle auto a gasolio un software per eludere le norme sulle emissioni degli inquinanti. Successivamente anche Fiat-Chrysler, sempre negli Stati Uniti, fu accusata di aggirare i test su 104mila veicoli, modelli che coprono un arco di tempo dal 2014 al 2016. Lo scandalo si estese anche a Renault sul mercato francese. La scorciatoia tutta fuori legge di truccare i test delle emissioni ha reso ancora più triste la fama del diesel, ormai sempre più al centro di limiti e divieti.

I costruttori s’adeguano (ma non tutti)

Didier Leroy, vice presidente di Toyota, è stato molto chiaro, dichiarando il 5 marzo scorso che il gruppo giapponese non venderà più auto diesel in Europa dalla fine del 2018. Non solo: questo motore sarà progressivamente eliminato dalla produzione del Sol Levante (si salvano solo alcuni veicoli commerciali). Scelte importanti visto che nel 2017 il diesel rappresentava circa il 15% delle vendite di Toyota sul mercato europeo, la metà comunque rispetto al 2012. In Italia Toyota ormai non propone più motorizzazione a gasolio, eccezion fatta per fuoristrada e vetture commerciali.
A metà del 2017 anche Volvo ha annunciato la fine dello sviluppo dei motori diesel, che abbandonerà definitivamente 2023 in poi, potenziando tutta la sua gamma ibrida ed elettrica. Abbiamo scritto sopra che FCA non costruirà più le sue auto con motori diesel a partire dal 2022. Il Salone dell’auto di Ginevra, in programma dall’8 al 18 marzo, proverà a indicare meglio le strategie a livello industriale adottate dai grandi gruppi, anche rispetto al futuro del diesel.
Per adeguarsi ai nuovi limiti sull’inquinamento, le case produttrici dovrebbero puntare sull’adozione dei filtri anti particolato (Fap) che hanno standard estremamente elevati, con efficienze al di sopra del 99%, tanto che un motore diesel dotato di filtro di ultima generazione produce emissioni sotto il limite normativo dell’Euro 6 e ha prestazioni paragonabili o migliori dei motori alimentati a gas naturale, secondo una ricerca dell’Istituto Motori Cnr Napoli. Nel 2019 saranno in vendita i diesel Euro6d che emettono una soglia di ossidi di azoto (NOx) inferiore agli 80 mg per km (180 mg per i diesel Euro5d). Sistemi più sofisticati, scelte più dispendiose per i costruttori.

La situazione del diesel in Italia e gli scenari futuri

In controtendenza, da noi il mercato delle nuove immatricolazioni di auto a gasolio è cresciuto nell’ultimo anno di quattro punti percentuali rispetto al 2016, complici gli incentivi ancora troppo alti che i costruttori danno a chi acquista un veicolo diesel. Senza contare che qui il prezzo della benzina è ancora troppo caro, incoraggiando l’alternativa del gasolio. Ma ci sono altre due alternative, che fanno bene all’ambiente: le auto elettriche e ibride. Tuttavia, l’automobilista medio poco propenso a spendere potrebbe essere indotto a tenere per anni il proprio vecchio diesel, con conseguenze negative per l’ambiente e per la sicurezza stradale. L’auto elettrica non è ancora alla portata di tutte le tasche e la diffusione delle colonnine è ancora troppo limitata. Ma ormai i singoli governi alle prese con la minaccia di sanzioni da Bruxelles per lo smog hanno preso di mira le auto a gasolio che nel 2020 dovrebbero avere un crollo intorno al 30-40%; l’Italia poi rischia una maxi-multa di 1 miliardo di euro. Forse sarebbe auspicabile una politica che detti una limitazione per il diesel a partire da una certa data e fissata con largo anticipo. Passaggi che richiedono tempo.

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