In me c’è un diavolo green

La terra e le radici di Zucchero Fornaciari

Una casa biologica costruita con le sue stesse mani e dove vive mangiando esclusivamente quello che produce la sua fattoria e il suo laghetto. E’ qui che, tra mucche, un vecchio mulino e un bus rimaneggiato a stanza da letto, Adelmo Fornaciari, per il mondo Zucchero, cuore rock e anima green, dà vita ai suoi dischi.

Come hai scelto di affrontare il rispetto dell’ambiente nella musica e nella vita di tutti i giorni?

Ho costruito la mia casa a Pontremoli, e piano piano tutta la mia fattoria, la Lunisiana Soul, mix di Louisiana e Lunigiana. Coltiviamo di tutto: abbiamo grano, farro, verdure, frutta, uva, vino fatto solo per noi di famiglia. E poi c’è tutto quello che ci danno le mucche, le pecore, le galline e i maiali. In uno dei laghetti ci sono anche le trote. Insomma siamo totalmente a chilometro zero.

Cos’è per te il rispetto dell’ambiente?

Tutto. Se noi rispettiamo la nostra terra la terra rispetta noi.

Qual è la tua opinione in materia di ecologia?

Ci tengo moltissimo. Appena mi si presenta l’occasione cerco di fare qualcosa di buono. Non ho i mezzi per fare molto e mi riprometto sempre di informarmi di più, ma cerco di fare il possibile.

La musica che ruolo gioca nel sensibilizzare il pubblico su questi temi?

Direi un ruolo ancora preponderante. Molti artisti si impegnano e lo fanno molto bene: vedi Sting con la sua Rainforest Foundation, vedi le iniziative di Bono e di tanti altri.

Come sei riuscito a legare elementi cari come il blues, il rock e il soul ai suoni della tua terra natale?

Il blues ce l’ho dentro da quando sono nato. A dire il vero non so perché me lo sono ritrovato, come il soul e il rock. Sono cresciuto con questo genere di musica e l’ho fatta mia adattandola al mio essere italiano ma con una voce evidentemente particolarmente internazionale.

Torni ancora in quei posti? Li trovi cambiati?

Ci torno, ma non molto spesso perché lì non ci sono più le persone che ho amato. C’è la casa dove sono nato, c’è la stessa chiesa dove allora il parroco mi faceva, fin da piccolino, suonare il suo organo ma in cambio dovevo fare il chierichetto. Ma di campagna, parlo della campagna dove i miei coltivavano la terra, oggi ce n’è poca. Troppe costruzioni e palazzi. E parlo di Roncocesi che è un paesino, figuriamoci a Reggio Emilia.

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